COME NON RIUSCIRE A COMUNICARE

silenzio

….a volte sembra facile riuscire a trasmettere quel che pensiamo.

Così, convinti come dei pompieri, intavoliamo il discorso e partiamo con lo sciorinare il nostro pensiero, facendo esempi, figli di osservazioni personali che ci hanno indotto a pensare fosse indispensabile trattare l’argomento.

Proviamo a far passare ciò che intendiamo come semplici osservazioni che hanno creato in noi la necessità di rendere partecipi coloro che condividono la loro vita con noi.

Cerchiamo di utilizzare toni che non innervosiscano, parole che non possano essere fraintese, espressioni facciali che siano congruenti con le parole utilizzate.

Eppure nonostante tutte le accortezze del mondo, qualcosa non funziona. A volte siamo noi stessi che perdiamo strada facendo la limpidezza degli intenti, la pulizia emotiva con cui cerchiamo di trasmettere il messaggio.

A volte l’interlocutore ha ovviamente le sue reazioni, i suoi pensieri , i suoi preconcetti, le sue stanchezze, la sua non voglia di ascoltare o semplicemente non riesce a vedere ciò che cerchiamo di mostrare.

Chi ha ragione? Chi cerca di lanciare messaggi, forse nella maniera sbagliata e che forse non interessano poi tanto a chi ascolta , o l’interlocutore che condizionato dal proprio sentire, dalla stanchezza o semplicemente dalla non voglia di ascoltare si chiude nella migliore delle ipotesi, o ci azzanna nella peggiore?

Beh nessuno dei due evidentemente. Il risultato è questo silenzio pesante che permea ora questa stanza e che non riesco a sciogliere.

Mi sento male per non essere riuscita a dire semplicemente che qualcosa mi preoccupa, anche se non mi coinvolge direttamente. Mi sento male mentre osservo la chiusura posturale e fisica di chi mi siede accanto e che so di non poter modificare in nessun modo almeno per un pò di tempo ( magari provo a tirare fuori la vaschetta di gelato e funziona !).

Mi sento male per non aver pensato di tacere, invece di esprimere sempre ciò che penso, soprattutto quando tengo maledettamente a qualcosa.

Ma se non puoi parlare in maniera netta a chi ami, che resta?

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6 pensieri su “COME NON RIUSCIRE A COMUNICARE

  1. Parla senza parlare. Così non ci sono equivoci.

    Stare zitti è una guerra contro la propria natura. Dice San Paolo che la parte del corpo più difficile da tenere a freno è la lingua. Si riesce a farlo però solo se si parla con Dio. O se si è matti con Napoleone. Con qualcuno insomma. Io parlo molto, ma poco con gli esseri umani, altrimenti non ci capiamo. Non parlando io dico ogni giorno ai miei colleghi: “togliti dai coglioni imbecille”, oppure “ti voglio bene, puoi contare su di me” ad un’amica. Se parlo però rovino tutto. La parola rovina tutto, nonostante le minchiate che raccontano i “comunicatori”. Come se in questo mondo mancassero parole, i cervelli non ce la fanno più a reggerle.

    Nel mio ultimo post parlo di una lunghissima partita di dama piena di vincoli che abbraccia tutta la vita, in cui non puoi perdere se non commetti errori, ma devi continuare a giocare. La comunicazione è questo. Una lunghissima partita in cui devi sempre giocare (comunicare) ma appena parli hai commesso un errore e hai perso. Devi aspettare il momento giusto. Che forse non verrà mai.

    Mi ricorda la storia della donna che si ritrova a casa un marito brusco, sgarbato, tornato traumatizzato dalla guerra, che non vuole parlarle nè vederla. Va dalla strega, chiede aiuto, la vecchia in pagamento chiede il baffo di una pericolosissima tigre che vive tra i monti. La donna terrorizzata ma innamorata del marito porta il cibo alla tigre, ogni giorno, si avvicina all’animale, ogni giorno, gli sta vicino rischiando la pelle, ogni giorno. Alla fine, quando la tigre si è un po’ convinta a non divorarla, la donna si avvicina tremante e gli dice: “perdonami nobile animale, non mangiarmi”, strappa un baffo e corre via. Lo porta alla vecchia che le dice: “Beh, se hai saputo conquistare e addomesticare una pericolosissima tigre, riconquistare il cuore del tuo uomo cosa vuoi che sia? Fai lo stesso”. Quella donna amava il suo uomo.

  2. Tacere è difficilissimo.
    Soprattutto quando a qualcosa/qualcuno si tiene. Soprattutto quando ci si sente preoccupati, impotenti, spaventati.

    Ma il silenzio è un po’ come lo spazio: se ce n’è troppo poco, anche se ci si vuol bene, si finisce per pestarsi i piedi a vicenda.
    Io ci sto provando, a tacere, e vedo che aiuta.
    Naturalmente mi vanto di stare tra i pazzi, dunque parlo con Napoleone!
    🙂

    PS: Il gelato funziona SEMPRE!

    • Hai ragione sai? Sullo spazio intendo…e forse stavolta ho invaso uno spazio non mio….il gelato questa volta non ha funzionato e questo è significativo purtroppo! Proverò a seguire il tuo consiglio : più silenzio…più spazio….e vediamo che succede! Grazie Androide Minimalista! 🙂

  3. Ehhhh….lo dici a una che deve sempre sempre sempre chiarire, spiegare, domandare, parlare … Guarda, secondo me, oltre a quanto si è detto, c’è da fare anche una distinzione tra la comunicazione donna-donna e quella donna-uomo.Ho imparato a rivolgermi in maniera diversa a seconda dell’appartenenza ad uno dei sessi perchè vuolenti o nolenti siamo DIVERSI !Hai a che fare con un maschIo? Frase brevi, chiare, esempi tangibili, concetti logici, domande. Donna? Ti puoi sbizzarrire in chiacchiere, risate-pianti, domande senza risposta, emotività, passaggi apparentemente incoerenti ecc ecc. Non più tardi della scorsa settimana mi ha telefonato il mio ex (dopo più di 5 anni) e sai perchè? Mi ha detto che mi doveva ringraziare perchè aveva finalmente capito cosa gli dicevo 6 anni addietro, aveva apprezzato i miei sforzi , quello che gli comunicavo e mi ha addirittura detto che se è diventato l’uomo che è oggi lo deve anche a me… Insomma alla fine mi ha confermato che quando mi sfibravo in monologhi da mezz’ore lui proprio non capiva cosa intendevo dire, non aveva dentro di sè gli strumenti, l’esperienza , le sensazioni a cui io mi riferivo.Come farcene una colpa?! Non lo è, di nessuno, dobbiamo solo accettare che la comunicazione ha dei limiti sia verso gli altri sia noi verso noi stessi.

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