IO SONO ME STESSO

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Quante volte sentiamo pronunciare questa frase : “Devi essere te stesso.”

Quante volte pronunciandola noi stessi, riferita a noi stessi, ne percepiamo il peso specifico, pur non comprendendone appieno il significato.

Nella maggior parte dei casi, percepiamo noi stessi attraverso le esperienze che siamo stati in grado di accumulare nella nostra vita.

Identifichiamo il nostro Essere, con il nostro Fare.

E già partendo da questo presupposto siamo deviati dalla meta.

Io sono me stesso”.

Che frase dal gusto Forte che presuppone che io non sia “ciò che gli altri vogliono che io sia”, né “quello che io vorrei essere”, per poter ricevere la giusta approvazione dal mondo esterno, ma semplicemente ciò che sono davvero, nel profondo di me, al di là dei condizionamenti ricevuti, delle ferite che mi “porto addosso”, delle esperienze che mi hanno segnato, dei paraventi che mi sono creato per proteggermi nella vita dentro e fuori.

 

Essere se stessi significa questo per me….spogliarsi di ciò che non ci appartiene, che abbiamo creduto o ci hanno fatto credere nostro, che non ci risuona dentro, che non ci identifica in uno specifico ruolo sociale, affettivo, economico o professionale, ma ci identifica a livello interiore, che appartiene al mistero della conoscenza della natura umana.

 

É un Viaggio…a volte duro, perché ti fa sentire maledettamente solo, incompreso dai più, non condiviso da chi nel conformarsi trova conforto e riferimento, contrastato da molti che riconoscono in questo, il pericolo di avere di fronte qualcuno “fuori controllo”.

Al contempo però, è un Viaggio capace di infonderti fiducia, passo fiero, sguardo eretto e umiltà tangibile.

Pur potendo determinare una grande differenza, in che abiti, luogo, famiglia, contesto storico nasci…non fa differenza sul percorso che dovrai affrontare per ritrovare ciò che realmente sei…la nostra vera natura è lì che attende solo di essere scoperta, svelata, portata in superficie, spogliata, mostrata, accolta, accettata,vissuta.

E come spesso amo dire….

La Porta é la Parte più lunga del Viaggio.”

 

Namastè.

 

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Il giovane filosofo, seduto davanti al vecchio saggio, parlava da più di mezz’ora di se stesso e di tutti i suoi studi; della sua famiglia, di quanto suo padre avesse influenzato beneficamente la sua entrata in società e di come era stimato e invidiato dai suoi coetanei. Tradotto in termini moderni, poteva essere considerato un signor “lei non sa chi sono io”.

Il maestro lasciò che sfogasse a lungo il suo ego e poi gli chiese : “Benedetto ragazzo, io ti sento da molto parlare delle meravigliose esperienze della vita , ma ancora non ho capito di chi parli. Così, come faccio a seguire il filo del tuo discorso?”

Il giovane lo guardò attonito e, notando che il volto del suo interlocutore era molto serio, capì che non scherzava affatto.

Forse è un po’ rintronato dall’età”, pensò tra sé e sé; ma per rispetto a quell’uomo, da cui il padre lo aveva inviato, rispose facendo finta di nulla: “Ma naturalmente sto parlando di me, delle mie esperienze. Sono io la persona di cui parlavo”.

Il saggio chiuse gli occhi e, sporgendosi leggermente in avanti, aggrottò le sopracciglia chiedendogli : “IO…chi?”.

Il ragazzo rimase in silenzio.

Non capiva se il suo interlocutore fosse realmente in sé.

E in quel silenzio momentaneo, l’anziano riprese a parlare.

Mio caro e giovane studioso, non vedo nessun “io” davanti a me; scorgo solo un coacervo di emozioni, pensieri, opinioni, considerazioni, ricordi…che a me si manifestano attraverso il suono delle parole, che escono da una bocca, che si trova sotto un naso, inserito al centro di un bel viso, posizionato su un tronco esile, attaccato a due gambe, terminanti con altrettanti piedi.

Questo involucro è ben vestito…direi. Faccio però fatica a distinguerti, tra un vestito e l’altro.

Il dubbio che dietro a tutto questo non ci sia nessuno, devo ammetterlo…mi sfiora.

In effetti, penso che il tuo sapiente padre ti abbia mandato da me per sciogliere lui stesso questo dubbio”.

Il ragazzo rimase attonito.

Guardò il sapiente maestro e bofonchiò poche parole:

Mio padre? Ma…Io…”, e il saggio lo interruppe alzando leggermente il tono di voce.

Io? Ancora io? Ma io chi? Il giovane innamorato della figlia del matematico? Oppure quello che due notti fa è scivolato furtivamente nella stanza della di lei sorella? Quello che vuole ardentemente apprendere l’arte della musica? O quello che è troppo impegnato a scommettere con gli amici per impratichirsi col suo strumento? Io….chi?”

Il ragazzo balbettò la sua stupefatta difesa : “Non è vero, non ho fatto niente con sua sorella! Non dite a mio padre delle scommesse…ne morirebbe e…e …ma come fate a sapere queste cose?”

Ragazzo, non siamo qui per parlare delle tue scappatelle.

Voglio solo ricordarti i molti “io” che di volta in volta identifichi in te stesso; le tante volte in cui prendi una decisione per poi cambiarla, con mille scuse.

Quando ti accade di volere una cosa e dopo poco tempo volerne un’altra. Dei tanti “io” che stanno dietro alla tua veste. Di questo dovremmo parlare! Su questo dovresti pensare!

Quando tu pronunci questa magica sillaba : “io”, a chi ti riferisci? A ciò che eri quando succhiavi il latte da tua madre? Al bambino che ha mosso i primi passi? Al ragazzo che per la prima volta ha provato un fremito davanti a una coetanea? Ti riferisci ai tuoi pensieri o alle tue emozioni?

Perché, in nome degli dei, tu sai bene quante volte pensieri e desideri vanno in direzioni opposte! Ti riferisci al tuo mestiere di filosofo in erba? E quando parli da filosofo, ma da giovane incauto, allora non sei più te stesso? Chi sei davvero? Chi sei, tu, dietro a tutto quello che sembra rappresentarti?

Chi eri prima di nascere? Esistevi? E chi sarai, quando il tuo cuore si fermerà per sempre? Esisterai? Cosa sai di te stesso, dei tuoi impulsi, dei tuoi bisogni mutevoli e di quello che – forse – ti rende differente da mille altri giovani a te simili?”

Il giovane guardò il vecchio saggio con gli occhi spalancati, investito da una valanga di concetti sui quali non aveva mai riflettuto.

La sua mente, però era avvezza allo studio e ai sofismi della logica, per cui trovò il coraggio di chiedergli :

Se quanto dite, maestro, è ciò per cui non dovrei usare la parola “io”, allora…forse nessuno dovrebbe usarla”.

Il vecchio sorrise e annuì col capo, rispondendo quietamente :

Oh , si…mio giovane studioso. Forse per te esiste speranza, dopo tutto. Hai ben detto! Pochi uomini dovrebbero usare quel termine.

Le persone affermano “io sono questo, io sono quello”, senza nemmeno sapere di cosa parlano.

Confondono i mestieri che fanno con loro stessi e le idee che hanno ricevuto da altri, con le loro opinioni. Dicono di avere un desiderio, mentre ne hanno altri ben diversi, che non osano riconoscere in loro stessi e davanti agli altri.

Gli uomini sono una confusa accozzaglia di intenzioni, opinioni, sentimenti, che non fanno capo ad alcun centro e a nessun vero “io”. Per questo non sanno essere felici, né riescono a concludere grandi cose e, per lo più, ripetono sempre gli stessi errori; perfino quelli stessi dei loro avi.

Tuo padre ti ha mandato a me perché io ti insegni a scoprire il tuo vero “io”, ciò che sei dietro alle consuetudini e alla tua posizione sociale. Quello che eri prima di nascere, per diventare ciò che vorrai nel tuo futuro.

Tuo padre ti ha mandato qui, perché io ti istruisca su come diventare veramente te stesso, libero dal pensiero condizionato e capace di sentire tutte le tue qualità più vere; per decidere che strada prendere nella vita, da uomo libero”.

 

Da: “IO SONO me stesso” di Walter Ferrero – Andrea Di Terlizzi

Edizioni Adea

 

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